Nel 2026 il ransomware rappresenta una minaccia strutturale per il sistema economico e istituzionale italiano. Gli attacchi non si manifestano più come eventi improvvisi, ma come operazioni silenziose, progettate per restare nascoste settimane o mesi prima di colpire. In questo contesto, la difesa non può più basarsi solo su reazioni manuali o controlli statici.
La strategia nazionale italiana di cybersicurezza ha iniziato a rispondere a questa evoluzione puntando su automazione, analisi avanzata e intelligenza artificiale, non come soluzioni miracolose, ma come strumenti per ridurre i tempi decisionali e anticipare le minacce. Un approccio che offre indicazioni concrete anche alle imprese, chiamate oggi a difendersi in uno scenario sempre più complesso.

L’intelligenza artificiale come leva difensiva, non come promessa tecnologica
L’AI applicata alla difesa cyber non nasce per sostituire le persone, ma per supportare la lettura di segnali che l’occhio umano fatica a cogliere. Nel contesto ransomware, questi segnali includono accessi anomali, movimenti laterali lenti, utilizzi impropri delle credenziali e attività apparentemente legittime ma fuori contesto.
In Italia, anche a livello istituzionale, si è compreso che il valore dell’AI risiede nella sua capacità di correlare eventi distribuiti nel tempo, riducendo il cosiddetto “rumore” che spesso porta a sottovalutare una compromissione in corso. Le indicazioni condivise dall’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale sottolineano proprio questo punto: anticipare le fasi iniziali di un attacco è oggi l’unico modo per limitarne l’impatto reale.
Dal rilevamento alla risposta: dove l’AI cambia le regole del gioco
La vera differenza non è individuare un’anomalia, ma decidere cosa fare nei minuti e nelle ore successive. È qui che l’AI diventa un moltiplicatore di efficacia, perché consente di prioritizzare gli eventi, suggerire azioni e ridurre l’indecisione tipica delle fasi iniziali di una crisi.
Le organizzazioni che integrano l’AI nei processi di risposta riescono a:
- identificare più rapidamente i sistemi compromessi;
- contenere l’attacco prima della cifratura;
- ridurre la propagazione laterale del ransomware.
Automazione sì, ma con supervisione umana
Affidare tutto agli algoritmi è un errore tanto quanto ignorarli. Le linee guida europee evidenziano come l’AI debba operare all’interno di un perimetro di governance chiaro, con responsabilità definite e supervisione umana costante. Senza questo equilibrio, l’automazione rischia di generare falsi positivi o blocchi operativi non necessari.
Secondo le analisi di IBM Security, le organizzazioni che combinano automazione e controllo umano riducono in media del 55% i tempi di risposta agli incidenti ransomware.

Il 2026 come punto di svolta per la difesa cyber in Italia
Il 2026 viene indicato da più fonti come un anno di svolta. Da un lato, l’AI diventa sempre più accessibile anche per gli attaccanti, che la utilizzano per migliorare phishing, reconnaissance e adattamento degli attacchi. Dall’altro, le difese che restano manuali diventano inevitabilmente più lente.
Il rischio maggiore per le aziende italiane non è l’assenza di tecnologia, ma il ritardo decisionale. I report del Clusit mostrano come molte PMI subiscano danni rilevanti non per mancanza di backup o antivirus, ma per l’incapacità di riconoscere e gestire correttamente le prime fasi di un attacco.
Cosa insegna la strategia nazionale alle imprese
Il messaggio che emerge dal modello italiano è chiaro: la difesa dal ransomware è prima di tutto un problema di metodo. L’AI funziona solo se inserita in processi strutturati, testati e condivisi.
Le aziende più resilienti non “comprano AI”, ma:
- la integrano nei flussi di monitoraggio;
- definiscono chi decide e come in caso di incidente;
- testano regolarmente scenari realistici di attacco.
Come sottolinea Andrea Baggio, CEO di HelpRansomware:
“L’intelligenza artificiale accelera la difesa, ma senza metodo accelera anche il caos. La preparazione resta l’elemento decisivo.”
Anche Juan Ricardo Palacio, CoFounder & CEO America di HelpRansomware, evidenzia un aspetto chiave:
“Il ransomware sfrutta il tempo e l’incertezza. L’AI riduce entrambi solo se è inserita in una strategia di risposta concreta.”

Il ruolo di HelpRansomware nella difesa aumentata dall’AI
HelpRansomware lavora proprio nel punto di contatto tra tecnologia e decisione. L’AI viene utilizzata come supporto alla lettura degli eventi, ma la risposta resta guidata da competenze umane, procedure chiare e interventi mirati.
Affiancando le aziende italiane nella prevenzione, nella risposta agli incidenti e nel recupero dei dati, HelpRansomware aiuta a trasformare l’AI in uno strumento di controllo, non in una fonte di ulteriore complessità. Un approccio che consente di ridurre l’impatto operativo e preservare la continuità anche nei momenti più critici.
Conclusione: l’AI non elimina il ransomware, ma riduce il danno
Nel 2026 il ransomware diventerà più adattivo, più silenzioso e più mirato. L’intelligenza artificiale non è la soluzione definitiva, ma è il fattore che separa una crisi gestita da un blocco totale.
Le imprese che iniziano oggi a integrare AI, metodo e risposta strutturata avranno più opzioni domani. Le altre rischiano di scoprirne il valore solo quando sarà troppo tardi.



